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Navigando il pensiero. Canzoniere d’amore
di Ivana Mauro

Recensione
a cura di Valeria Di Felice

 

Navigando il pensiero non è un canzoniere della memoria che raccoglie tempi antichi, ma è il rituale di un presente immanente, intenso, che muove, confonde, rimescola continuamente i percorsi di un breviario d’amore, dove l’anima non viene de-psicologizzata, ma si lascia imbrigliare dalle redini di un pensiero che lambisce inebriante sogni ad occhi aperti. Solo i percorsi del cuore e dell’amore sono in grado di vedere «l’orma e la strada» e di inseguire «il bilico e l’abisso»: la relazione d’amore è misura del senso della vita, consegna incondizionata del sé all’altro, violazione dell’introversione emotiva e apertura al mondo.
Ciò che va delineandosi nella lettura di versi poetici è un modo d’essere che, non lasciandosi guidare dai dettami morali, scorre la vitalità dell’esistenza e conosce il furto dell’altro e il dono del sé. La parola lirica conduce in un mondo in sospensione dove l’aggrovigliarsi delle pulsioni e l’avvicendarsi del pensiero scandiscono le note di una melodia erotizzante. È l’eros che, con le vibrazioni delle sue folgorazioni e il suo potere seduttivo, abita la reciprocità di sguardi, voci, gesti, respiri; in questo gioco di complicità, il bacio, la bocca, le labbra rappresentano la chiave di volta che apre la porta del desiderio in cui si riversa l’unicità dell’evento amoroso: «Le tue labbra hanno alato ogni parola/ e inglobato ogni suono tuo, leggermente/ si tramutano nella mia carne, musicando./ E sento, il mio non dire cantare dentro/ dal silenzio della tua bocca.» Il desiderio, de-sidera, diventa tutto ciò che rimanda alle stelle e al suo movimento di elevazione, ascesa, sconfinamento. Ecco perché il brivido d’amore è quell’impulso alla vita che rifugge la realtà nel suo spessore opaco e greve e la trasforma in un ricettacolo di sensi estetizzanti e infiniti: «Il galoppo dei nostri cuori/ l’ho sentito, amore./ La sua eco è così lunga/ che gli angeli arrestano il volo/ all’udire tali palpiti.»
Nell’incontro amoroso, reale o immaginato, l’Io e il Tu diventano i destinatari di una sessualità che volge verso la venerabilità del sentimento più puro e la scoperta della vertigine d’amore. Quello di Ivana Mauro è un amore caldo, fecondo, nobile che si percepisce attraverso le filigrane del pensiero e gli intrichi di una sensorialità che non induce alla mera contemplazione dell’amato, ma che sprofonda fino a toccare il fondale, ora taciturno ora imprevisto, ora immateriale ora corporeo, di un abisso intriso di carica vitale. L’amore è un’attitudine al sentimento che, come scrive Ivana Mauro, «diviene la bocca che valica il senso del suono, una linfa impalpabile che parla sopra il silenzio delle parole». Il silenzio delle parole non si traduce mai in uno sterile mutismo, ma si tinge delle fragranze più intense e diventa polifonia di linguaggi, dialogo di intenti, oblio della misura. La solitudine del verso non è desolazione, vuoto, assenza; è ricerca silenziosa che dischiude la parola taumaturgica e la fa brillare attraverso giochi di luci, ombre, chiaroscuri.
I versi sono un invito a spogliare la parola del significante più consueto per far emergere quella nudità di pensiero, disarmante e allo steso tempo rivelatrice, che è ispirazione fulminea e rinuncia a ogni pudore emotivo come autodifesa: «Denudami la parola/ e incantiamoci nel suo brivido,/ la poesia non è questo verso/ ma il silenzio della sua carne./ Vestiamoci ancora sul bianco rigo.» Il «bianco rigo» è lo spazio della vestizione, dove la poetessa può ricomporre liberamente i riverberi della sua esistenza, declinata all’amore, e seguire le movenze dei suoi afflati. Ed ecco che la parola, a volte concreta nella sicurezza dei suoi idiomi, altre volte eterea nella spiritualità della sua sostanza, atre ancora enigmatica nella sua densità evocativa, apre una interiorità ricca di echi, rifrazioni, derive e si nutre di una veridicità che si fa interprete dell’intuizione piena e dei suoi lasciti senza indugi.


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