Prefazione
a cura di Valeria Di Felice
Il
Dio Bambino è un’opera nella quale è contenuta
quella pienezza dell’essere che trova il suo fondamento ontologico
nella ricerca del sé. L’Autrice, nel dare vita alle parole
del suo romanzo autobiografico, scrive con una sensibilità, una
comprensione, un amore così profondi che è difficile rimanere
immuni all’intensità comunicativa della sua storia. Chiunque
si accinga a leggere queste pagine è portato a stringere un rapporto
fruttuoso e stimolante con il libro e soprattutto con se stessi. Siamo
di fronte a un valido strumento di auto-trasformazione in grado di chiedere
al lettore impegno, partecipazione, consapevolezza.
Attraverso la rielaborazione dei momenti e luoghi più rappresentativi
della sua storia, Kim Kanakeshwari intraprende un viaggio tormentato
e viscerale nei meandri più tortuosi della sua vita affettiva
e relazionale. Ed è proprio durante l’esplorazione del
suo mondo emotivo che, con voce imperiosa e vibrante, l’Autrice
indossa le vesti di una donna poco più che trentenne alla scoperta
delle sue radici e della sua integrità esistenziale. Attraverso
i tratti di una penna fluente e incisiva, inizia a disegnare i confini
della sua memoria per far rivivere il suo Bambino Dimenticato e per
restituire al suo Io una fragranza più matura.
Seguendo il respiro affannato del suo inconscio più recondito,
l’itinerario geografico che si sviluppa tra l’India, l’Italia,
la Francia e Chicago, diventa la materializzazione di un percorso iniziatico
che preannuncia la rinascita del sé. Non a caso tale percorso
inizia in India, “incomprensibile” terra “dai colori
dilanianti”, quando, dopo essere stata ammessa in tenerissima
età al St Helen’s Home, fu adottata da una famiglia italo-francese.
A partire da questo momento, l’Autrice rievoca il suo Dio Bambino,
vale a dire quella parte di noi che, anche se spesso viene strappata
dalla morsa della memoria con il debutto all’età adulta,
possiede sempre un eccezionale potenziale di crescita e di nuova vita,
fornendo linfa vitale per i nostri interessi, aspirazioni, bisogni,
desideri del presente. In tal senso, la conoscenza del proprio passato
rappresenta il mezzo più diretto per un’autoaffermazione
consapevole e per la rielaborazione di una rappresentazione identitaria
frammentata sin dall’infanzia. “Ho ricercato le mie
radici italiane, indiane, francesi, fra la scienza, l’archeologia
e il sociale […] Non riuscivo a dare un senso a quei frammenti
[…] L’incertezza avvolgeva i miei pensieri in una dimensione
indefinita, dove il passato si intrecciava al presente come in una morsa
da cui non riuscivo a liberarmi.”
L’unico autentico oggetto del desiderio di ogni uomo risiede nel
significato della vita stessa. Vivere vuol dire rinascere dopo aver
ascoltato il proprio disagio interiore e dopo aver ricomposto in un’immagine
armonica gli infiniti volti dell’Io, che, come in “un gioco
di specchi”, “si riflettono come raggi di tempi e realtà
contrastanti”.
La riscoperta del sé richiede indubbiamente energia e fatica,
ma è solo così che possiamo essere condotti alla gioia,
al piacere, alla forza della libertà. La felicità diventa
la conquista di un orizzonte identitario nitido dove il senso di appartenenza
viene vissuto con pienezza e convinzione e dove ogni ricordo rielaborato
alla luce del presente costituisce la premessa per il risveglio interiore.