Prefazione
a cura di Valeria Di Felice
Il
poeta è «un uomo che comunica ad altri uomini: un uomo,
vero, dotato di una più acuta sensibilità, di maggiore
entusiasmo e sentimento, che ha una maggiore conoscenza della natura
umana e un'anima più grande». Con queste parole tratte
dalla prefazione alle Lyrical Ballads, Wordsworth mise in luce
il valore intrinseco del poeta come colui che è in grado di accogliere
e interpretare l’essenza della realtà, spogliandola delle
“vesti più superficiali”, e di comunicarla agli altri.
Ed è proprio partendo da questa visione della poesia che possiamo
scorgere un’affinità con la poetica di Sante De Pasquale
il quale, già nella sua seconda opera La specularità
inversa edita nel 1997 da “Fermenti”, aveva proposto
l’immagine, originale e di singolare efficacia comunicativa, del
poeta gabbiere. Come il gabbiere, di vedetta sulla gabbia dell’albero
più alto della nave, scruta l’orizzonte e riesce a “vedere”
prima degli altri marinai, allo stesso modo il poeta, attraverso un
atto di inabissamento e di esplorazione del sé, anticipa la realtà
e diventa avanguardia di essa.
In Fisica Semantica, Sante De Pasquale, pensatore brillante
e artista versatile, sembra continuare con magnetico carisma e contagioso
entusiasmo quell’attitudine compositiva che lo vede impegnato
come Poeta nella costante ricerca del sé lungo la via per la
conquista della saggezza. Infatti, la sua ars poetica non si
risolve in una distrazione, in un effimero soddisfacimento emozionale,
o meglio in un mero apprendimento sensibile del linguaggio poetico da
parte del lettore, ma in un’Estetica della creazione, un’estetica
estraniata appunto, in cui si risalta la viva esperienza dell’artista
che vede nella propria opera une promesse de bonheur, come
direbbe Stendhal.
Leggendo le liriche di Sante De Pasquale, la cui conoscenza mi ha aperto
inaspettatamente nuove prospettive culturali, ho compreso come la sua
poesia sia l’esito di una militanza interiore e di una necessità
del Libero Pensiero capaci di sciogliere i vincoli della comunicazione
immediata e di sollevare la parola ad alte sfere per renderla dimora
dell’Uomo. Nelle vesti di un Poeta Filosofo, egli dischiude un
orizzonte che è il porsi in opera della verità, ma non
quella assoluta, dogmatica, che omologa, appiattisce, conforma, piuttosto
quella radicata nell’uomo nella sua peculiarità, nella
sua storia, nel suo istantaneo essere-al-mondo.
Scriveva Heidegger nel 1937 nel suo saggio Hölderlin e l’essenza
della poesia: «La poesia è la nominazione fondatrice
dell’essere e dell’essenza di tutte le cose […] la
Poesia non riceve mai il linguaggio come materia da manipolare ma al
contrario è la Poesia che comincia a rendere possibile il linguaggio.»
La parola lirica che, in Fisica Semantica prende forma dall’immaginazione
ispirata, ha a che fare con la libera soggettività del principio
ideativo, e sembra planare al di sopra della coperta asettica della
realtà più superficiale per confrontarsi con la vertigine
del proprio abisso. Ed è in questo gioco di altezze che il poeta
si addentra nel groviglio della sua esistenza, con i suoi intricati
percorsi e suoi nodi gordiani, e, con fare meditativo, affonda i camminamenti
del suo Io nel voraginoso baratro del Caos, ripudiando ogni restrittivo
ordine precostituito: «azione senza agire/ nella pienezza
muscolare/ sinapsi allenate al nulla/ valutano il caos; l’isola
perduta/ diviene dimenticata aspirazione/ nell’immensità
della ricerca/ il dolce odore della libertà/ infiamma.»
Ebbene, il poeta che nel linguaggio ha fatto l’esperienza demiurgica
dell’assoluta libertà, cerca di possedere l’intima
vitalità del suo genio attraverso la rappresentazione della sua
immaginazione, alla quale non adegua alcun ordine convenzionale per
far sì che il lettore sia libero di sviscerare i versi poetici
e di ri-comporli in immagini collaterali alternative a quelle del poeta.
Ed ecco che il processo creativo non si esaurisce nella parola data
ma si espande e si rinnova continuamente.
La ricerca del poeta è incline a una capacità di ideazione
viscerale, incisiva, efficace che trova fondamento in un linguaggio
visivamente segmentato, disarticolato, libero da modellistiche tradizionali,
nel tentativo di appropriarsi di una dimensione iconica e ritmica del
testo poetico in grado di cogliere la realtà nella sua sostanza
eclettica e multiforme: «opera informale/ fuori da schemi
perdenti/ precostituiti movimenti roteano nell’aria/ naturalezza
interiore/ pratica divina e fine/ nella durezza di dimensioni ulteriori/
persegue mondi diversi e bui/ attraverso granitici passaggi.»
Anche l’accostamento nello stesso verso di coppie di sostantivi
oppure di un sostantivo seguìto o preceduto da un aggettivo non
è casuale: la loro vicinanza diventa sintomatica di una correlazione
che, lungi dall’essere puramente descrittiva, imprime al divenire
il carattere dell’essere dandole un ritmo e un respiro metrico
asciutto, e suggellando “un patto sacro”, una sorta di legame
indissolubile tra le parti che si autoalimenta e si completa nella loro
essenzialità semantica.
Di fronte al principio creativo, il poeta è nella condizione
di abbandonarsi alla violenza dei suoi lasciti emozionali, alla lacerazione
del suo orizzonte mentale, per far propria l’esperienza dell’origine,
dell’autentico, del profondo. È la coscienza che fa uso
dell’immaginazione per liberarsi dalla sua materialità
e autocomprendersi: «coscienza nuvolare ventata/ nell’intonso
andirivieni meditativo/ di un campo energetico genetico/ embrionale
pneuma di vita/ nella dura acqua/ della mia valle mistica/ lo so/ non
è facile capire; ma la creazione non mente/ al giusto piace il
trucco/ al vero la visione.»
Egli può, come Rimbaud, accettare di possedersi nell’estrema
alienazione, nel più compiuto estraniamento, ma non
per annientarsi nella terra del Nulla, nell’impossibilità
di fondare certezze e convinzioni. Piuttosto egli afferma, attraverso
l’agire/non-agire pro-duttivo della sua integrità,
lo statuto dell’Essere-Uomo, portando l’occultazione e il
non-essere nella luce della presenza: è il Caos, l’apparente
mancanza di un senso logico, che preannuncia la manifestazione di Armonie,
vale a dire di consonanze ritrovate, di intuizioni che elevano, rapiscono,
trasformano.
Nella prospettiva della redenzione dal Caos e del superamento della
vana distruzione del senso comune, l’Uomo-Poeta fa in sé
l’esperienza del Nulla che esige la forma e la trasforma in approvazione
della Vita, in slancio che edifica, rivela, rende consapevoli: «parafrasi
solitarie di giochi alchemici/ chiocciola bianca e nera rotea/ nel buio
nulla universale/ colto il fior del sapere/ dentro stomaci colmi del
soffio/ immobile testa senza contenuto/ il tuo occhio scruta concentrico/
stelle cadenti nella pianura/ musicale spettacolo di armonici cori/
invisibile al mondo è la verità/ al di fuori della casa
madre/ respira consapevole adesso.»
Quella di Sante De Pasquale è un’estetica sognatrice e
visionaria, che anticipa la manifestazione fulminea della tensione creatrice
che si radica nell’essere più subitaneo dell’uomo
e che riesce a cogliere le vibrazioni della sua esistenza. La modalità
di questa indagine ontologica è lo scardinamento dell’Io
alla ricerca di visioni, immagini, scenari figurativi in grado di dischiudere
agli occhi del lettore tutto il loro potere se-duttivo, cioè
quel potere di condurre a sé l’essere attraverso la
magia del suscitare. Poesia, dunque, che, con le sue rarefazioni,
incantesimi, allucinazioni, dà voce all’ineffabile e sovverte
il senso comune al fine di restituire alla parola vergine la sua potenza
creatrice. Dotato di caratteristiche espressive che rendono la sua fisionomia
letteraria una delle più interessanti nel panorama della produzione
poetica contemporanea, auguro a Sante De Pasquale, di cui sono una profonda
estimatrice, di continuare a “scuotere” l’intuito
del lettore, rendendolo sensibile ai respiri del “tutto che ancora
lo pervade”…