Prefazione
a cura di Valeria Di Felice
La
Ventunesima è la storia di Antonino, un uomo di Cardeto,
paesino dell’entroterra calabrese, che attraverso un viaggio nella
memoria ripercorre le fasi della sua vita, intensa quanto sofferta,
fatta di scelte, incontri, esperienze del tutto stra-ordinarie, come
l’aver combattuto sul fronte libico durante la Seconda Guerra
Mondiale.
La coscienza diventa la voce narrante di una testimonianza che in nome
della “sfortuna, stupidità, sofferenza e ricordo”
denuncia l’efferatezza e la follia della guerra, intesa come evento
che porta la Morte dentro la nostra civiltà e la stravolge rendendola
sterile e nuda realtà.
Il mito della guerra, con l’esaltazione dell’eroismo, del
coraggio, della forza e con il suo fascino distruttivo, incanta e deforma
a suo piacimento la coscienza umana, in nome di un ideale, di un valore,
di un potere.
Quella di Domenica Battaglia, autrice del libro e figlia del protagonista
Antonino nella vita reale, è una parola che scava nell’anima
e che, di fronte all’assurdità della guerra, non accetta
in modo compassionevole e rassegnato il corso degli eventi. Piuttosto
essa è ricerca di senso di una condizione umana che, per quanto
possa essere vissuta in prima persona, diventa esperienza comune e condivisa,
espiazione e condanna di una filosofia della storia in grado di fagocitare
la misura delle cose. La guerra priva l’uomo di ogni certezza,
lo rende vulnerabile, si basa su una totalità che comprende e
trascende l’individuo, sospendendone la capacità di pensiero
e di autocritica.
La sua narrazione è un balenare di immagini e ricordi. Tuttavia,
non è semplice autobiografia, ma è espressione di una
riflessione esistenziale che si invola su tematiche di alto spessore:
quello racchiuso in questo libro è la necessità di dare
risposta agli interrogativi di una vita profondamente segnata dall’orrore
della guerra, dove ogni uomo-soldato è costretto a subire la
fragilità del suo destino.
Il confine militare rappresenta uno spazio in cui da un lato si manifesta
la volontà di autoaffermazione di un’identità culturale,
per la quale si combatte, dall’altro si incrina la dignità
dell’essere uomo. La condizione del soldato che vive in trincea
è quella di un uomo “al margine”, sottratto alla
vista della società e costretto a contrastare il nemico, cioè
qualcuno che non vede e per il quale è a sua volta invisibile.
Ed è proprio questo stato di alienazione, di non-senso, di indifferenza
che porta alla perdita della percezione della misura, imponendo il fardello
dell’angoscia, dell’amarezza, della paura.
Dunque, il ricordo è espediente narrativo e soprattutto strumento
di trasformazione interiore attraverso il quale il protagonista si guarda
indietro alla ricerca di un senso che possa dischiudere una Verità
illuminante.
La Ventunesima, creatura eterea dai confini indefiniti ma incredibilmente
chiari, si materializza nella mente di Antonino e si fa interprete di
uno spazio mentale dove le ombre del passato sembrano rivendicare la
soluzione di un enigma, quello della vita e della sua sorte: delle ventuno
sacche da riempire, la Ventunesima simboleggia la più importante,
quella che racchiude le precedenti dandole un ordine e scoprendone un
senso.