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Poesie dal vivo
di Carlo Arrigoni

Recensione
a cura di Valeria Di Felice

 

Poesie dal vivo è una silloge dai toni intimistici e introspettivi, nella quale il desiderio dell’Altro e la ricerca del sé ne costituiscono il motivo dominante. Attraverso una versificazione libera che risalta la fluidità degli accostamenti semantici, Carlo Arrigoni riversa nella parola poetica tutta la sua attitudine all’Amore: quell’amore sanguigno che si tinge dei colori acri e vividi del tormento, ma anche quello fecondo che si intride del candore rasserenante “di una stella luminosa” tra le sue braccia o del profumo caldo di una Musa benevola.
L’Amore diventa la misura del senso dell’esistenza, attraverso il quale il poeta percorre gli inerpicati sentieri della sua soggettività e rende il lettore partecipe del suo slancio alla vita, scandita dalla vibrazione delle sue folgorazioni.

Vorrei essere una macchina
Per amare come ferro e acciaio
Senza amore né dolori
Ma ho un cuore di carne ed emozioni
Un fascio di luci che acceca il mio cuore
Ed incanta i miei sentimenti

Se fossimo sterili macchine al riparo dall’amarezza di alcune esperienze così come dalle gioie di altre, come potremmo trasformare la nostra realtà, di per sé insignificante, in un mondo emotivo ricco di fascinazione? Il cerimoniale delle relazioni sentimentali è colto attraverso il potere icastico dell’immaginazione figurativa, dove la parola lirica è tesa a cogliere la sfumatura più carnale e viscerale del sentire umano. Pazzia d’amore è l’espressione più ricorrente in questa silloge, vale a dire quella sfuggevole irruzione nevrotica che, come “un galeone in balia di tempeste”, dirompe a briglie sciolte verso le regioni più oscure e sconosciute del nostro inconscio. La follia di cui ne percepiamo i respiri non è chiusura all’ordine e impermeabilità, ma diventa la semantizzazione creativa e originale di quelle infinite possibilità emotive che abitano il nostro mondo più inabissato. Ogni intendimento con la pazzia è in grado di rivelare i segni del tormento, ma anche dell’emancipazione. “Il mal d’amore” nasce dal superamento di quel confine razionale oltre il quale ogni uomo ferito inizia a fantasticare la distruzione del sé e dell’altro; oltre il quale la passione si fa inquieta e si scaglia senza ritegno contro l’oggetto della sua delusione. Tuttavia, è attraverso il gusto amaro e aspro di una disperazione che rasenta il vuoto esistenziale che l’uomo riesce a “esprimere l’inesprimibile”, vale a dire a inseguire le tracce della lacerazione per confonderle e creare nuovo terreno sul quale riscrivere le parole della rinascita…

 


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