Recensione
a cura di Nino Mangione
Presentazione a cura
di Massimiliano Del Duca
Recensione
a cura di Fulvia Marconi
Recensione
a cura di Nino Mangione (torna
su)
L’amore e la bellezza, tòpoi fondamentali
della poetica di Valeria Di Felice
(da Peloro 2000, numero 1, gennaio/febbraio 2010)
“La poesia di Valeria Di Felice” –
Scrive nell’illuminante prefazione, Massimiliano Del Duca –
“è un continuo sguardo poetico che cerca di andare oltre
le parvenze come a sfogliare un simbolico libro della vita sotto il segno
dell’amore, quell’amore che combatte il tempo rapinatore,
ponendo sempre la sua attenzione all’amaro sigillo che
il destino imprime nella nostra esistenza… Le parole di Valeria
Di Felice sono la testimonianza d’una spirale poetica avvolgente
che annovera netti contrasti a segni indelebili lasciati dal tempo: le
fervide emozioni devono confrontarsi con la confusione della vita, con
il senso del proprio destino, ben sapendo che tutto è friabile,
tutto può sgretolarsi tra le mani e pazza è la speranza
che si muove senza meta… su rocce che non sostengono. Ecco
la vertigine immane.”
°°°
Condividiamo.
La nostra sensibilità e il nostro pensiero si rivelerebbero inadeguati
se, ignorando ogni concezione relativistica (salvaguardando, tuttavia,
tutti quei valori che hanno la caratura dell’assoluto), non mutassimo
punto di osservazione e non considerassimo, oltre che la natura e l’origine
dell’arte e della poesia – che è parola, nel caso specifico,
espressa dal poeta, che è io narrante e sostanza della poesia stessa
– la personalità e il temperamento dell’autrice. Su
di essa, ovviamente, interagiscono, la storia in generale, quella personale,
in particolare, l’interiorità, che è paesaggio, omologo
a quello della natura visibile, con tutti i fermenti, gli umori, le modificazioni,
i trasalimenti, i movimenti, i sommovimenti, ma anche la quiete, le contemplazioni,
le improvvise gioie, che spesso derivano da altrettanti stati di sofferenza
e che sono comuni alla stessa natura fisica e alla sfera interiore dell’uomo,
come già accennato.
La poesia, inoltre, nelle sue espressioni più alte, è tale
da essere connotata dall’unicità della parola, in quanto
contenuto e forma, e da non potere mai essere espressa in maniera diversa
da come l’ha elaborata il poeta, in quel momento, e per sempre.
L’anima dello stesso poeta, inoltre, deve essere sempre riconoscibile,
come un suo ritratto o come una firma autografa. Queste ultime carature
riconosciamo nella poesia di Valeria Di Felice, quale riflesso speculare
di un’anima appassionata e, talvolta, sognante, ma non avulsa dalla
realtà e dal mondo, nel quale come persona è profondamente
radicata. In tutta l’opera, o sotterraneamente o per rappresentazioni,
che la parola evoca o per immagini, che hanno in sé tutto il sentire
del poeta, la sua capacità di scrutare e di trarre dall’anima
profonda delle stesse immagini, la propria, insieme con la tenerezza del
sentimento e la propria natura panica, s’aggira e si sofferma la
bellezza: dagli eserghi che precedono la silloge poetica: un frammento
di Saffo, tradotto da Salvatore Quasimodo “Gli astri d’intorno
alla leggiadra luna/ nascondono l’immagine lucente/quando piena
più risplende/bianca sopra la terra” e un frammento del “Canto
del viandante notturno”, lied di Goethe, “Su tutte le vette/
è pace/ in tutte le cime (degli alberi)/ trasenti/ appena un respiro./
I piccoli uccelli tacciono nel bosco./ Aspetta un poco, presto/ riposerai
anche tu”; alla stupenda lirica “Tramonto Montano”,
di pagina 9. In questi ultimi versi non sai, se è la fantasia che
si fa paesaggio, se la natura vive, palpita, riluce, attraversa il giorno
e giunge poi alla sera, trascinando con sé cime innevate, mentre
insegue gli ultimi bagliori e la “dolce sera/…si addormenta
sugli ultimi albori del tramonto”; se “l’aria di montagna
divampa dalla tela fumante (e) colpi di vita pulsano/ densi nelle immagini/
di un paesaggio incontaminato”; se è la fantasia che genera
il dipinto o se è la natura e l’essenza dell’arte che
invadono la mente e il cuore del poeta e suggeriscono i versi.
Ciò accade anche in “Abruzzo”, con in più la
partecipazione commossa della poetessa che ne è figlia, in uno
scenario che ha come limiti il mare e le montagne e come tetto il cielo
e dentro questa sfera, tra memorie, anche ancestrali, marinai e pastori,
viaggi nel mistero del mare e transumanze, emergono le fantasie, che portano
alla propria personale origine e ogni moto dell’anima ma anche dei
sensi che avvertono e fanno propri quelli della natura viva. Ma, trascorsi
i momenti dell’idillio, la realtà della vita s’impone
ed allora, pur se temprate, pur se forti, la poesia e il poeta, tradiscono
talvolta la propria fragilità, perché la bellezza rivela
la propria innocenza e appare disarmata e vulnerabile, sebbene non seguano
lamentazioni o urli, ma pacate e dolenti note, che però non annullano
il canto nella poesia e il desiderio di vivere con pienezza sì,
che non emerga la sconfitta ma una sorta di delusa presa di coscienza.
Allora, tra cadute e risalite, tra tentazioni a cedere e incrollabile
fede, la bellezza accede nella dimora dell’amore e lo fa risplendere
di ogni fulgore, anche quando l’ombra sembra velarlo, quando all’amore
immaginato si sovrappone quello possibile e reale, quando chi si ama sembra
sfuggire, o forse sfugge, in realtà. Spirito e carne, anima e senso
s’aggirano e invadono con la parola, che ha in sé tutti i
desideri, tutti i sogni, tutte le rappresentazioni ideali dell’amore,
che non hanno una configurazione astratta, ma concreta e reale, perché
il sangue e il corpo con tutte le loro istanze e il cuore con ogni palpito,
ne costituiscono la sostanza: è il fuoco della giovinezza che arde,
ma che rifiuta le ceneri e pretende sempre la fiamma viva. La giovinezza
sana e vitale, che agita e anima e feconda tutto l’essere della
poetessa, che innamora e s’innamora e vorrebbe ricevere l’equivalente
di ciò che dona, in una sorta di offerta reciproca che non penalizzi
né l’uno né l’altro degli amanti. Ma dev’essere
una fiamma che rigeneri e che sia continuamente alimentata, che preceda
la passione e il deragliamento dei sensi, l’abbandono totale, anche
il caos, ma dal quale risulti poi l’armonia. Vietata è sempre,
e per sempre, l’indifferenza, esclusa l’accidia, pretesi il
fervore, l’attenzione, la cura, il calore, non continuo e senza
soluzione di continuità, che finirebbe col bruciare, ma dopo la
fiamma, la sua irradiazione a colmare l’insidia del gelo, del pensiero
e del sentimento. Questo vuole per sé il poeta, e la donna, che
acquisisce, amando, purezza e innocenza e, tanto più è assalita
dal desiderio, tanto più è sommersa dalla passione, tanto
più avverte le catene del sentimento, tanto più acquista
libertà, nel pensiero e nel’azione, avverte una sorta di
purificazione, una non mai prima avvertita innocenza e limpidezza, che
lo stesso amore, per sua natura, anche quando appare torbido o obnubilato
dai sensi, irradia. E la poetessa, nell’amare e nell’essere
amata, pretende la lealtà, che è la caratura fondamentale
dell’amore, e la fedeltà. Per questo, talvolta appare dolente,
ma non esausta, la sua è una fiamma che non si spegne; tutto in
lei suggerisce l’amore, che è la bellezza, la felicità,
ma anche il tormento, che però gratifica poiché nasce dall’amare,
ossia dalla stessa vita: meglio la pena d’amore, che la serenità,
solo apparente, che illude chi non ama e non è amato. Ma tutto
ella, la poetessa, avverte e sente: “Succo amaro bevo dal tuo seno/
e di nuda sostanza assaporo/ l’integrità violata del tuo
essere…/ cado nel vuoto ignoto/ sento le mie mani aggrappate/ alle
ferite di ruvide pareti/ e la mia carne bruciare/ in un fuoco gelido”-
fino a toccare il fondo della desolazione, ma solo per risorgere, a gradi,
passando attraverso, l’assenza e la nostalgia, come rileviamo in
“Tu”: “La tua dolcezza mi manca/ la stessa del mare
/ quando la sua schiuma/ gioca impaziente/ con i granelli/di sabbia…/
I tuoi brividi ascolto/gli stessi del vento/ quando anela/frizzante sul
sapore/ della mia pelle…” per giungere, poi, a versi come
quelli di “La margherita”: “Tu mi guardavi/le labbra/
in attesa di una risposta./ Io ti ho sorriso/ e il petalo/ è scomparso/
tra i nostri baci…” e a quelli di “I veli dell’anima”:
“Ho osservato la tua mano/ disegnare i contorni/ della mia nudità../
Ho sentito le mie sensazioni/ scivolare/ sul telo che avvolge/ la mia
ingenuità/in una nuvola di seta/ Mi sono spogliata della pesantezza/
dei miei veli/ e ho sentito la mia ombra/ riflettere/ sulla pelle./ Mi
specchio lentamente/ sulla carta/ e vedo l’immagine/ di una ragazza/
che ad occhi chiusi/ respira il profumo/ di una luce/ nuova”.
La poesia e la poetessa hanno attraversato tutti gli stadi dell’amore,
sono precipitate negli abissi, sono state risucchiate dai vortici, sono
passate attraverso il fuoco “dell’Inferno”, hanno sperimentato,
perché rilevate negli altri, atmosfere limbali, ma hanno riservato
per sé, sempre, la luce e il sole perenne che inondano anche gli
inverni e i piovosi autunni, rigenerano la terra e l’anima, nella
primavera e nell’estate, e rendono la vita degna di essere vissuta.
Anima eletta, quella di Valeria, ancora capace di credere nell’amore
e nella sua incontaminata purezza, che non esclude, anzi la presuppone,
la completezza del godimento, in una esemplare fusione, di anima e senso
e che ella stessa sintetizza in un molto significativo aforisma: Non
c’è nessuna debolezza nell’amare la carne come la sposa
dell’anima.
Presentazione
a cura di Massimiliano Del Duca (torna
su)
La
poesia di Valeria Di Felice è un continuo sguardo poetico
che cerca di andare oltre le parvenze come a sfogliare un simbolico
libro della vita sotto il segno dell'amore, quell'amore che combatte
il tempo “rapinatore”, ponendo sempre la sua
attenzione all'“amaro sigillo” che il destino
imprime nella nostra esistenza.
Ecco allora venire in superficie la fragilità dell'umano
vivere, gli interrogativi sul “senso delle cose”,
la solitudine come possibile condizione esistenziale, la volontà
di fermare le emozioni inebrianti e di convivere con il temporaneo
tormento interiore che scandaglia le contraddizioni e le preoccupazioni,
e infine l'accertamento delle perdite dopo il silenzio delle incomprensioni.
Ed è un lento nutrimento dello spirito, osservando la natura
nascosta, dimenticando gli inganni, le ferite laceranti e le assenze
inevitabili: come ricercatrice d'un “vivere fino in fondo”,
assetata d'esistere, si muove da “acrobata sul filo illusorio
della vita” con la consapevolezza che il “senso dell'esistere”
è dentro se stessi.
Il suo sguardo ricerca i “giochi di luce” degli
istanti da cogliere che non sono altro che le emozioni, i ricordi
che riaffiorano, i sogni che accompagnano nel percorso esistenziale
e la fragilità dell'essere umano che “vaga”
tra i suoi fantasmi: ed è sempre un fare i conti con la solitudine
“compagna in un vuoto di densi silenzi” che
avvolge nel tempo, con le paure che possono condurre in “abissi
profondi”, con le “attese inutili”
che fanno capire come le promesse non sono che “ombre”.
La poesia come la vita: miscela di frammenti d'emozioni vissute
e di parole che cercano di dominare una realtà che “sovrasta”
eppure Valeria Di Felice desidera abbandonarsi alle impetuose pulsioni
che “lasciano senza respiro”, per recuperare
il fascino della vita con la sua magia, per eliminare la “polvere”
che si deposita sulle cose, sulle immagini fermate nella mente,
per dissolvere quel sottile velo malinconico che avvolge i momenti
della propria vita.
L'imperativo che scaturisce dalle poesie di Valeria Di Felice é
“conoscere se stessa”, sentire la voce che
nasce dal cuore, “schietta e selvatica” in
ascolto ormai solo di poche voci, “uniche vertigini”
rimaste in questa esistenza quasi “sopita”,
per non consumare il tempo tra inganni e misteri di vicende complicate.
Le parole di Valeria Di Felice sono la testimonianza d'una spirale
poetica avvolgente che annovera netti contrasti e segni indelebili
lasciati dal tempo: le fervide emozioni devono confrontarsi con
la confusione della vita, con il senso del proprio destino ben sapendo
che tutto è “friabile”, tutto può
sgretolarsi tra le mani e “pazza è la speranza
che si muove senza mèta... su rocce che non sostengono”.
Ecco la vertigine immane.
Recensione
a cura di Fulvia Marconi (torna
su)
La poesia non ha un significato realmente compiuto,
ma, nella silloge I paesaggi dell’anima, l’Autrice lascia
intendere molto bene il Suo sentire. Immagini sempre nuove si susseguono
di verso in verso, creando un ventaglio di sensazioni, spesso volte
al mistero. “Abissi profondi / di un deserto / inaridito”.
Dove, in realtà, approda l’anima? Questa è la
domanda che sembra porsi Valeria Di Felice, ogni volta che la malinconia
si appropria dei Suoi pensieri.
Versi classici, i Suoi, ma nello stesso tempo innovativi, che adornano
il Suo poetare dove è quasi predominante l’idea di
non riuscire a “catturare” la propria felicità.
“Sulle criniere del mare / il vento naufraga / gagliardo”;
con le emozioni mai rassegnate, l’autrice, indomita, suggerisce
spunti e motivi che lasciano trasparire “ombre di vulnerabili
/ paure”.
Pensieri e versi ricchi di consapevolezza. Cercare la vita e viverla
in fretta, rubando al destino anche un solo minuto come “Gocce
rubate di un istinto/ naturale, ti inseguo”. Inseguire un
domani, cercando di trattenere il passato, legandolo al filo dei
ricordi per ancorarlo ad un futuro misterioso ed enigmatico.
Nei versi di Valeria Di Felice, le parole trasudano sentimentale
liricità, fino a creare una linea esistenziale che caratterizza
e scopre l’intera Sua esistenza. “Non chiedermi
come si fa / a cogliere l’istante”; ecco torna
prepotentemente, come un monologo il Suo colloquio con l’amore
e con la propria anima.
Flebile, a volte, trapela il desiderio di voler sconfiggere una
solitudine sempre in agguato.
Poesia concreta, a volte appassionata e a volte diafana, che vorrebbe
essere un cantico, ma spesso, si trasforma nell’urlo del vuoto
di un sogno infranto.
Non facile seguire le emozioni di Valeria, che in un continuo crescendo,
coinvolgono il lettore avvolgendolo in un pathos ricco di emotività.
“Dammi un solo motivo/ per uscire di casa/ in questa sera
senz’anima”. Ombre che colano sul panorama della
vita sfilacciando le rosee speranze con i grigi artigli del timore
e dell’incertezza.
Emozionalità poetica, suggestioni ed immagini ben costruite,
vengono a partorire versi maturi di forte impatto lirico.
Voglio definire la poesia di Valeria proprio con alcuni Suoi versi
che tracciano un cammino ipersensibile di pensiero: “Oasi
in mezzo / al deserto, allucinazioni / come pareti colorate / nel
buio della notte.”
Auguro alla bella e delicata Valeria, di trovare nell’oasi
tanto sospirata, una realtà naturalmente appagante e che
la strada dell'amore La conduca verso un dolce sciogliersi di tenerezza.
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